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Ricordi sulle Olimpiadi che non ci sono

Sarebbe stato un gran bel periodo, probabilmente sarei andato a Tokyo, alle Olimpiadi con la squadra cinese di tiro a volo, dopo un anno di lavoro con loro a partire dai mondiali del 2019. Avrei seguito anche qualche altro atleta italiano. Anch’io come gli atleti mi stavo preparando per questo evento unico, le Olimpiadi a cui ho sempre partecipato con federazioni o singoli atleti a partire da Atlanta 1996.

 

Conservo ancora le magliette di ogni edizione e i ricordi dei momenti più importanti li ho molto chiari e vividi nella memoria. Ad esempio quando il presidente del tiro a volo mi disse: “Dottore lei è sempre così calmo?” Gli risposi: “Presidente, se mi vedrà agitato cominci a preoccuparsi”. Ho avuto esperienze che mai avrei immaginato, atlete e atleti, che in finale hanno vinto una medaglia, che due ore prima erano in preda al panico, nausea, terrore allo stato puro di non sapere cosa fare per vincere. Dovevo parlare con loro, non certo dandogli una pacca sulle spalle o dicendogli di non preoccuparsi che erano forti.

Quasi sempre gli allenatori mi hanno lasciato intervenire dicendomi: “Alberto, pensaci tu”. Ho vissuto quei momenti ascoltando frasi del tipo: “Sono così terrorizzato che sembro calmo”, “Da qui non esco, vado a casa”, “Dimmi cosa devo fare”, “Se provo a immaginare cosa farò, penso tutto sbagliato”, “Ho vissuto la finale mille volte che ora sono solo agitata”.

La prima volta, ad Atlanta, non ero pronto ad affrontare una situazione di questo tipo. Avevo pensato a quali eventi inaspettati sarebbero potuti accadere ma non avevo previsto il panico nella mente di un finalista a meno di un’ora dall’inizio. Luciano Giovannetti, il commissario tecnico della squadra, vincitore in passato di due ori a Mosca e Los Angeles, mi disse: “Sei tu lo psicologo, parlaci tu”. Andai dove il tiratore stava mangiando qualcosa e mi disse che non voleva uscire dalla tenda per la finale, il panico totale. A quel punto mancava veramente poco all’inizio della gara e cominciai a parlargli ricordandogli tutti i sacrifici che aveva fatto in quegli anni per arrivare preparato a questo momento, quello decisivo. Gli parlai per qualche minuto durante i quali il suo umore cambiò, ritrovò la vitalità necessaria per una finale olimpica. Quando iniziò la finale sbagliò uno dei primi piattelli e si girò guardando dietro. Poi ci disse che si era detto queste parole: “Se molli adesso sei proprio uno stronzo, concentrati e basta!”. Funzionò, vinse la medaglia d’argento.

Da questa esperienza ho imparato che è proprio vero che i vincenti sono quelli che passano attraverso questo inferno emotivo, e lo controllano. Seconda lezione, lo staff è decisivo anche per i vincenti, altrimenti corrono il rischio di soccombere, proprio quando si devono affrontare i momenti decisivi di una gara.

Le Olimpiadi sono uno dei tre eventi sportivi più importanti, insieme ai mondiali di calcio e al Tour de France. In Italia i nostri top atleti, i Probabili Olimpici sono circa 800, di questi circa 300 partecipano alle Olimpiadi, meno della metà sono fra i primi 10 al mondo del loro sport e di solito, l’Italia vince 25 medaglie, inserendoci fra le 10 nazioni più vincenti. In sostanza sono una ventina gli atleti top medagliati ai Giochi Olimpici estivi su una base di partenza di circa 800.  Questo dato mette in evidenza l’estrema difficoltà di ottenere un successo di questo tipo. Ci permette di capire la gioia immensa di chi vince una medaglia ma anche l’immensa delusione di chi invece, pur avendone le capacità, non ci è riuscito. Non è retorico affermare che le Olimpiadi hanno un valore immenso per ognuno di loro e che si dovrebbe fare di più e meglio per sviluppare e salvaguardare il talento e la motivazione di queste persone che noi chiamiamo atleti.

Quando in atletica eravamo innovativi nella scienza e allenamento

Un libro dedicato a tre grandi della protagonisti della scienza dello sport e dell’allenamento nell’atletica leggera.

Segui il webinar della FIDAL di presentazione del libro venerdì 12 giugno alle 14.30

 

I miei libri

I miei libri. Leggere per conoscere.

For once, don’t do it

Quanto la protesta contro il razzismo unisce persone come tutti noi, i grandi campioni e le multinazionali dello sport forse è un segno che si può cambiare. #UnitWeAllWin @Nike #GeorgeFloyd @Adidas @Brooksrunning

“Sono profondamente rattristato, veramente addolorato e chiaramente arrabbiato. Vedo e sento il dolore di tutti, lo sdegno e la frustrazione. Sto dalla parte di coloro che gridano contro il razzismo radicato e la violenza verso le persone di colore nel nostro paese. Ne abbiamo avuto abbastanza.

Non ho le risposte, ma le nostre voci collettive mostrano forza e l’incapacità di essere divise dagli altri. Dobbiamo ascoltarci, mostrare compassione ed empatia e non voltare mai le spalle alla brutalità senza senso. Dobbiamo continuare le manifestazioni pacifiche contro l’ingiustizia e chiedere la responsabilità. La nostra voce unificata deve fare pressione sui nostri leader affinché cambino le nostre leggi, altrimenti dobbiamo usare il nostro voto per creare un cambiamento del sistema. Ognuno di noi deve essere parte della soluzione e dobbiamo lavorare insieme per assicurare la giustizia per tutti.

Il mio cuore va alla famiglia di George Floyd e agli innumerevoli altri le cui vite sono state prese in modo brutale e insensato attraverso atti di razzismo e ingiustizia”.

Michael Jordan

 

 

 

 

 

 

 

La distanza sociale crea ansia

La distanza sociale è causa di ansia intensa e non facile da gestire e allontanare. E’ il caso dell’esperienza di Serena Williams:

“Now I’ve been social distancing for actually a really long time, for probably two weeks now, and every little thing makes me crazy. And by anxiety I mean I’m just on edge. Any time anyone sneezes around me or coughs I get crazy. I don’t hang out with anyone, and when I say anyone I mean my daughter.

“She coughed, I got angry and gave her a side-eye. I gave her that ‘angry Serena’ and then I got sad. I was like: ‘Is she OK? Is there something wrong with my daughter? Is there anything I can do?’ I just don’t know what to do, so instead of being relaxed I’m really under a ton of stress.”

E’ un esempio di quanto non sia facile mantenere un dialogo con se stessi costruttivo, per produrre su di noi un effetto di maggior fiducia e ridurre la paura irrazionale. Pur essendo una delle atlete più vincenti della storia dello sport è possibile avere stati d’angoscia intensi. Anche in questo caso si tratta di giocare una partita, virtuale, non tanto contro un nemico invisibile a noi esterno, il virus, ma contro quello interno che ci può dominare psicologicamente.

L’angoscia non deve dominarci altrimenti non solo vivremo il disagio determinato dalla distanza sociale ma vivremo anche la distanza dalle nostre parti positive e fiduciose nel futuro. Lottiamo per dare un senso costruttivo alle nostre giornate.

 

 

30 azioni da fare

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Allenarsi in questi giorni difficili

In questi giorni non è sempre possibile allenarsi come si vorrebbe perché gli impianti sono chiusi, in molti sport è necessario allenarsi con qualcun altro e non sempre c’è questa opportunità, perché ci può essere un problema di difficoltà degli allenatori a inviare i programmi. Specialmente gli atleti più giovani rispetto agli atleti di squadre nazionali senior incontrano maggiormente queste  difficoltà.

A chi sta a casa vorrei dare qualche suggerimento per allenarsi comunque anche se in modo diverso da quello abituale.

  1. Stabilire obiettivi - E’ necessario avere degli obiettivi su cui orientare l’impegno quotidiano, in molti sport possono riguardare maggiormente la preparazione fisica e quella mentale, più semplici da effettuare a casa o in spazi diversi da quelli dell’allenamento abituale. Quindi stabilite cosa fare, quando e per quanto tempo.
  2. Preparazione fisica - Fatevi inviare dal vostro allenatore il programma di preparazione fisica da potere svolgere a casa. Seguitelo e scambiare con lui/lei i risultati, impressioni e difficoltà.
  3. Preparazione mentale - Usate questo periodo per dedicarvi maggiormente a questo tipo di allenamento. Si possono allenare 4 competenze psicologiche: ‘autocontrollo tramite la respirazione, la concentrazione sul compito e prestazione, l’immaginazione di parti delle vostre prestazioni, e avere un dialogo costruttivo con voi stessi. Fatelo quotidianamente, se lavorate con uno psicologo dello sport collaborate insieme alla realizzazione di questo programma che è bene svolgere su base giornaliera. Chi volesse utilizzare questo periodo per iniziare un lavoro di questo tipo può contattare uno psicologo dello sport o scrivermi attraverso il blog e gli risponderò.
  4. Video - Guardare video di prestazioni di altri atleti è utile per capire come affrontano le gare, i momenti di difficoltà, lo stile di gioco o altro che vi possa interessare. Guardate i video guidati da un obiettivo specifico e non da tifosi.

Impariamo dagli opliti a restare uniti

Il termine oplita indica i soldati di fanteria pesante greca provvisti del caratteristico scudo chiamato oplon.

Durante l’ VIII secolo a.c. gli opliti in battaglia operavano in ranghi serrati costituendo un muro di metallo da cui spuntavano le lunghe lance e tale formazione fu tanto efficace che il ruolo della fanteria leggera, della cavalleria e dei carri da guerra, fu notevolmente ridimensionato in Grecia. La filosofia bellica dell’oplite si basava sulla moderazione e l’aiuto reciproco e non sulle gesta valorose di un eroe, non esistono infatti opliti nei poemi omerici.

Oggi dovremmo fare la stessa cosa, trovando coraggio nel restare uniti e andare avanti.

La falange oplitica, la (quasi) invincibile fanteria greca

Impariamo a dare un senso alle nostre azioni quotidiane

Alzare lo sguardo al di sopra della vita quotidiana, aiuta a viverla con maggiore accettazione e a dare un senso alle nostre azioni e pensieri che non abbia solo senso nell’immediato ma esprima un modo di essere più profondo.

Eduardo Galeano ci aiuta molto in questo lavoro e attraverso conosciamo l’esperienza di un altro unico, Albert Camus.

“Nel 1930 Albert Camus era il San Pietro che custodiva la porta della squadra di calcio dell’Università di Algeri. Si era abituato a giocare da portiere fin da bambino, pecche quello era il ruolo in cui meno si consumavano le scarpe. Di famiglia povera, Camus non poteva concedersi il lusso di correre in mezzo al campo: ogni sera la nonna gli controllava le suole e gli dava una solenne lezione se le trovava consumate.

Durante i suoi anni da portiere. Camus imparò molte cose: – Ho imparato che il pallone non va mai verso un giocatore dove lui si aspetta che venga. Questo mi ha aiutato molto nella vita, soprattutto nelle grandi città, dove la gente solitamente non è quel che si dice retta -.

Imparò anche saggezze difficile: a vincere senza sentirsi Dio e a perdere senza sentirsi spazzatura, e capì alcuni misteri dell’anima umana, nei labirinti della quale seppe successivamente indagare, in un pericoloso viaggio lungo il cammino dei suoi libri”.

(Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, p.66)