Tor des Géants: le foto

Le foto del Tor des Giants un viaggio di 330km sulle Alpi.

oliviero bosatelli

Premio Alberto Madella 2017

Alberto Madella ha rappresentato un punto di riferimento nel campo della ricerca scientifica applicata allo sport. Il contributo più rilevante del suo lavoro è stato il tentativo, efficacemente riuscito, di conciliare la centralità del metodo di ricerca con la necessità di spendere i risultati della ricerca nell’esperienza del campo.

Il Coni, per ricordare l’importanza di tale figura, ha istituito questo Premio che, giunto alla sesta edizione è rivolto ai campi di ricerca che il Professor Madella ha contribuito a sviluppare:

- Metodi, mezzi e valutazione dell’allenamento e dell’insegnamento nello sport
- Le scienze sociali applicate al contesto sportivo
- La gestione, l’organizzazione e la valutazione delle organizzazione sportive

Le finalità del concorso  sono:
Valorizzare e promuovere le attività di ricerca nell’ambito delle scienze dell’esercizio fisico e dello sport, sia in campo professionale, sia in campo accademico, nelle discipline scientifiche  applicate allo sport di cui si è occupato il prof. Alberto Madella, nello spirito della multidisciplinarità che ha contraddistinto la sua vita professionale

- Stimolare la comunità scientifica nazionale ad approfondire gli studi in campo sportivo per lo sviluppo di una pratica sempre più di qualità che, nel rispetto dell’etica, tenda al miglioramento di tutti quei fattori che concorrono alla performance sportiva intesa nel suo senso più ampio, scientifico, sociale ed umano

Il Premio mette in palio tre borse di studio e un invito a partecipare ad uno dei seminari organizzati dalla Scuola dello Sport. Scadenza improrogabile per la presentazione: 30 settembre 2017.

I disturbi mentali fra i giocatori di rugby

Un altro studio che mette in evidenza ancora una volta che i disturbi mentali sono relativamente frequenti nello sport professionistico.

Abstract. The aim of the study was to determine the prevalence of symptoms of common mental disorders among professional rugby players across countries. A cross-sectional analysis of the baseline questionnaires from an ongoing prospective cohort study was conducted. Nine national players’ associations and three rugby unions distributed questionnaires based on validated scales for assessing symptoms of common mental disorders. Among the whole study sample (N=990; overall response rate of 28%), prevalence (4-week) of symptoms of common mental disorders ranged from 15% for adverse alcohol use to 30% for anxiety/depression. These findings support the prevalence rates of symptoms of common mental disorders found in previous studies among professional (i. e., elite) athletes across other sports, and suggestions can be made that the prevalence of symptoms of anxiety/depression seems slightly higher in professional rugby than in other general/occupational populations. Awareness of the prevalence of symptoms of common mental disorders should be improved in international rugby, and an interdisciplinary approach including psychological attention should be fostered in the medical care of professional rugby players. Adequate supportive measures to enhance awareness and psychological resilience would lead not only to improved health and quality of life among rugby players but arguably to enhanced performance in rugby.

(byVincent Gouttebarge et al., Int J Sport Med)

Bambini, sport, reddito genitori

Questa nuova indagine mostra in modo evidente come la pratica sportiva dei bambini sia strettamente correlata alle possibilità economiche della propria famiglia, confermando purtroppo la tendenza che mette in evidenza come al ridursi del reddito, si riduca la frequenza di partecipazione a uno sport di squadra. Fa sport la metà dei bambini con un reddito familiare minore a 25.000 $US (34,6%), rispetto a chi proviene da famiglie con un reddito di almeno 100.000 $US (68,4%).

Spesso gli atleti non hanno nessuno con cui parlare delle proprie paure

La necessità di servirsi di un approccio di psicologia umanistica allo sport si evidenzia, secondo me, di continuo nelle richieste che gli atleti pongono agli psicologi. Consiste a mio avviso non tanto nell’insegnamento di specifiche strategie e tecniche psicologiche per gestire lo stress agonistico o mantenere la concentrazione sul presente o sapere collaborare con i compagni. Riguarda alcuni aspetti della vita sportiva che per queste persone non è solo un lavoro da svolgere al meglio ma è diventata un’esperienza totalizzante che dà significato stesso alla propria esistenza, in cui il valore di se stessi come persona viene misurato sui risultati futuri da raggiungere. Per molti di loro non basta svolgere il proprio lavoro con professionalità, bisogna essere sempre, anche in allenamento, impegnati al massimo e ottenere in gara risultati di livello assoluto.

L’attualità dell’approccio umanistico deriva dalle preoccupazioni che nascono dalle prestazioni sportive degli atleti. La madre di tutte le domande è per i più giovani: “Saprò raggiungere i risultati per cui mi preparo?”. Che per gli atleti più vecchi diventa:”Saprò ripetermi?”. Ma queste sono solo alcune delle possibili inquietudini che sorgono nella mente degli atleti più bravi, di quelli cioè che sono riusciti a tradurre la loro passione giovanile in un lavoro ambizioso e soddisfacente, che poi per molti è diventato così travolgente da lasciare spazio a molto poco altro, con le gioie e le sofferenze che questa condizione determina.

Gli atleti, salvo rare eccezioni, non hanno accanto persone qualificate per parlare di questi argomenti. Raramente ne parlano con gli allenatori o i compagni, più spesso con i loro partner o i genitori. Gli psicologi dello sport dovrebbero essere i professionisti più qualificati per affrontare questi temi ma devono possedere una formazione e una sensibilità personale ben sviluppate per essere di qualche utilità agli atleti nel trattare questi temi.

Lo sport per tutti è una guerra persa?

Secondo un’indagine di Public Health England (PHE)

  1. 6.3 milioni di adulti di 40-60 anni del Regno Unito non camminano a passo spedito 10 minuti consecutivi nel corso di un mese.
  2. Nel Regno Unito il 20% è meno attivo rispetto agli anni ’60.
  3. Si cammina 15 miglia in meno rispetto a 20 anni fa.
  4. La natura sedentaria della vita attuale rende difficile trovare il tempo per svolgere esercizio fisico.
  5. PHE chiede a tutti di camminare ogni giorno almeno 10 minuti a passo spedito
  6. E’ stata sviluppata una app ‘Active 10’ per mostrare a ognuno quanto cammina in modo spedito e come incorporarla nella propria vita quotidiana.
  7. Camminare in modo spedito almeno una volta al giorno riduce del 15% il rischio di morte precoce.
  8. Raggiungendo 150 minuti di camminata per settimana si riducono  il diabete di tipo 2 (del 40%), i problemi cardio-circolatori (35%), la demenza (30%) e alcune forme di cancro (20).
  9. La gravità di questa inattività fisica fra gli adulti, in UK, contribuisce a 1 morte su 6 e costa al servizio sanitario 0,9 miliardi di sterline.

 

Calcio e autismo: inizia una nuova stagione

Inizia la terza stagione del progetto “Calcio Insieme” dedicato ai bambine/i di 6-12 anni con difficoltà intellettive che vogliono giocare a calcio con AS Roma e l’Accademia di Calcio Integrato.

 

Capire la solitudine degli atleti

Ricomincia una nuova stagione agonistica, che vuole dire nuove sfide. In questo lavoro c’è poco spazio per la routine per lo svolgimento di attività consolidate che si ripetono di anno in anno. Lavorare con atleti e allenatori, anche loro impegnati nel chiedere il massimo a se stessi, rappresenta sempre una novità e come nelle gare il risultato finale non è mai certo. L’aspetto che più mi colpisce è che nonostante s’insegnino abilità importanti per migliorare la concentrazione o la gestione degli stress, l’apprendimento che considero più importante per un atleta riguarda l’accettazione della sua solitudine di fronte alla quotidianità del suo lavoro e il sapersi guidare in quei momenti unici che sono le competizioni.

Quindi auguro a tutti d’imparare ad accettare questi momenti, vivendoli come aspetti significativi della vita e non come momenti di debolezza da nascondere o eliminare e agli psicologi di sapere entrare in contatto con questa parte della vita degli atleti e di essere in grado di aiutarli a viverla con consapevolezza e in modo costruttivo

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