Forse Esther: la storia di una famiglia del Novecento in Europa

“Cherr Offizehr, cominciò babuska con la sua inconfondibile pronuncia aspirata e in una lingua ibrida, ma convinta di parlare tedesco, signor ufficiale, sia così gentile, mi dica che cosa devo fare? Ho visto gli avvisi con le instruktzies per gli ebrei , ma fatico a camminare, non riesco a camminare così svelta. Le risposero con una rivoltellata: la noncuranza d’un atto di routine – senza interrompere la conversazione, senza voltarsi del tutto, così incidentalmente. Oppure non, no. Magari lei aveva chiesto: Sia gentile, Cherr Offizehr, potrebbe dirmi per cortesia come si arriva a Babij Jar? Una richiesta davvero seccante. Chi mai ha voglia di rispondere a domande così stupide?”.

(Da Forse Esther, di Katia Petrowskaja, Adelphi)

Giornata della memoria

Un libro per la giornata memoria: La piuma del Ghetto di Antonello Capurso

La storia di Leone Èfrati, ebreo, campione pugilato e partigiano

 © ANSA

Paolo Maldini: dobbiamo creare calciatori

Ho sempre ammirato Paolo Maldini non solo perchè è stato un campione nel calcio ma anche per il modo di esprimere le sue idee in modo chiaro, diretto e in modo pacato. La sua leadership è competente e indiscussa. Sembra che possa farti sentire in errore anche solo con un sorriso. Anche ora parlando della crisi del Milan ha voluto ricordare gli obiettivi raggiunti dal Milan lo scorso anno, mete che non raggiungeva da molti anni. Non è un modo per nascondere il presente ma di mantenere viva la memoria del passato di pochi mesi fa, dichiarandolo a un mondo sportivo e dei media che ha esasperato se possibile il valore del presente che schiaccia ogni altra valutazione.

Maldini ha terminato la sua valutazione del Milan con una frase che dovrebbe fare riflettere: “non possiamo più prendere campioni già formati, ma li dobbiamo creare”. Se si volesse mettere in pratica questo concetto il calcio cambierebbe. Vuol dire che i tanto decantati Leao, De Keteleare, e i tanti che vi sono in ogni squadra, probabilmente non sono neanche ottimi calciatori ma devono devono essere formati. Quindi le società pagano stipendi milionari per giovani da formare. Da cui la domanda: siete sicuri che non vi sia un modo migliore d’investire le limitate risorse economiche? Avete studiato piani alternativi a quello di comprare giovani che richiedono investimenti costosi ma che sono ancora immaturi per giocare ad alto livello?

E poi chi dovrebbe formare questi giovani-costosi, solo l’allenatore della prima squadra o dovrebbe avere collaboratori che organizzano ore oltre gli allenamenti con la squadra per svilupparli dove presentano limiti evidenti compresi quelli mentali. A mia conoscenza non c’è questo approccio, il loro sviluppo è lasciato nelle mani dell’allenatore che si trova ad allenare giocatori di talento mai che sono poco capaci di pensare in campo, hanno poco sviluppato il senso di squadra, e sono consapevoli che se anche falliscono in quella squadra ne troveranno un’altra in cui giocare e continuare a guadagnare molti soldi. Con questo approccio, pensare, fare sacrifici e impegnarsi a migliorare  diventano attività che non hanno senso, perchè avranno sempre un posto in qualche squadra.

Inter: problemi di leadership

Il cammino dell’Inter in questa stagione sportiva presenta caratteristiche che meritano una valutazione psicologica. Ha vinto 12 partite ma ne perse 6 e ne ha pareggiata solo 1. Questi dati sembrano evidenziare una mentalità di squadra sbilanciata tra vincere o perdere. Aspetto che invece non era presente l’anno passato in cui i pareggi sono stati numerosi tanto quanto quelli delle altre prime sei squadre. Un altro aspetto evidenziato dopo la ripresa del campionato è che dopo prestazioni vincenti importanti contro il Napoli e la finale contro il Milan sono avvenute due sconfitte contro squadre di livello inferiore. Infine, la questione Skriniar. Come è stato possibile che il capitano della squadra si sia fatto espellere per due falli gravi? Per non parlare delle difficoltà che Lukaku continua a evidenziare in campo.

Mi sembra che questi dati mettano in evidenza la mancanza di continuità nella qualità dell’impegno, che a mio avviso per ogni squadra dovrebbe costituire il vero 12° giocatore in campo e che molti sintetizzano con le parole “forza del collettivo”. Le fonti di questa caratteristica si trovano nel ruolo svolto dall’allenatore, che deve essere abile nel suo lavoro quotidiano a guidare le relazioni interpersonali fra i calciatori e a fargli riconoscere quanto il sostegno reciproco sia fondamentale per avere successo.

La forza del collettivo risiede però anche nell’avere giocatori-leader. Joachim Low che ha guidato la Germania per molti anni vincendo la Coppa del mondo nel 2014 parlava proprio di questo quando ha detto che: ”Atleti leader sono sempre stati necessari. Senza atleti leader non puoi avere successo”. Questo è il tipo di leadership che deve essere condiviso fra alcuni giocatori della squadra. Si tratta di calciatori che grazie al loro ruolo di capitano o per altre ragioni influenzano l’insieme dei giocatori a impegnarsi al loro meglio per raggiungere l’obiettivo comune.

Questo stile di leadership sembra attualmente mancare all’Inter motivata a giocare al meglio solo con grandi squadre e non con le altre, contro cui, invece, emergono le debolezze di un collettivo poco unito a perseguire l’obiettivo a lungo termine rappresentato dal lottare per vincere il campionato.

La Piramide della Mobilità

La #Piramide della Mobilità, non la condivideremo mai abbastanza.  Diffondiamo la Piramide della Mobilità.

Camminiamo, andiamo in bici e passeggiamo con amici.

Com’è invece la realtà.

 

Capire i leader di oggi e la loro carenza etica per comprendere il ruolo di Umberto Agnelli

Per provare a comprendere gli obiettivi e le azioni condotte di un leader globale come Umberto Agnelli, presidente della Juventus e metro di una famiglia che ha fatto la storia d’Italia, mi sembra importante comprendere quali siano le caratteristiche del leader globale.

La figura del manager globale che si è affermata in questi anni, identifica un individuo che si è formato e ha lavorato in Paesi diversi, si esprime in più lingue, è dotato di responsabilità senso dell’urgenza, trasparenza nei rapporti ed è mentalmente aperto. È indipendente ma deve anche ascoltare e sapere collaborare.

Da notare come nessuna delle descrizioni riportate accenna minimamente alla questione etica e non bisogna lasciarsi fuorviare dal termine responsabilità, con questo termine ci si riferisce esclusivamente a quella dovuta nei riguardi degli interessi dell’azienda. Ora se i giovani leader potenziali hanno queste caratteristiche, come sono descrivibili i leader affermati?

Una delle interpretazioni più suggestive è stata formulata da Michael Maccoby, secondo il quale ci sarebbe qualcosa di nuovo e di temerario negli imprenditori e nei top manager che guidano oggi le principali multinazionali. Posseggono profili di competenza di valore assoluto derivati dal significato maggiore che il mondo del lavoro svolge nella vita quotidiana di ogni individuo e dai cambiamenti che avvengono nel business, che richiedono individui in grado di fornire visioni strategiche e sappiano trasmettere una leadership carismatica. Questi leader mostrano caratteristiche diverse da quelle dei manager della generazione precedente.

Maccoby ritiene che oggi i leader mostrino caratteristiche psicologiche ascrivibile alle personalità narcisiste. I leader narcisisti produttivi sono individui indipendenti e non facilmente influenzabili, innovatori, dotati di una spiccata visione del futuro, strateghi efficaci, hanno successo negli affari per ottenere potere e gloria. Sono degli accentratori e vogliono imparare ogni cosa che possa influenzare lo sviluppo dell’azienda e dei suoi prodotti/servizi. Vogliono essere ammirati ma non amati. Sono in grado di perseguire i loro obiettivi in maniera aggressiva. Nel momento del successo corrono il rischio di perdere il contatto con l’ambiente. La loro competitività e il loro desiderio di riuscita li spingono continuamente verso nuove mete, nell’identificare i nemici da sconfiggere, in casi estremi e sotto stress possono manifestare comportamenti paranoici.

Hanno bisogno di avere accanto a loro persone fiduciose, coscienziose, orientate all concretezza e alla gestione operativa. Un’altra componente essenziale dei narcisisti produttivi consiste nella loro abilità ad attrarre le persone, attraverso il loro linguaggio convincono gli altri che ce la faranno a raggiungere quegli obiettivi che ora sembrano solo abbozzati. Molti li ritengono individui carismatici, abili oratori che sanno trasmettere entusiasmo e forti emozioni a quanti li ascoltano; in breve sanno far partecipare al loro sogno e sanno farlo sembrare realizzabile solo se vi sarà l’impegno di tutti. Questo perché, nonostante la loro indipendenza, hanno comunque bisogno di avvertire la vicinanza degli altri.

A questo riguardo, sono ormai parte della storia del XX secolo le parole di John F. Kennedy durante il suo discorso d’insediamento quando disse agli americani: “Ora l’appello risuona di nuovo: non ci chiama alle armi, per quanto le armi siano necessarie, non alla battaglia, per quanto già si combatta, ma a sopportare il peso di una lunga e oscura lotta che può durare anni […] una lotta contro i comuni nemici dell’uomo: la tirannide, la miseria, la malattia e la stessa guerra […]. Pertanto, cittadini, non chiedete che cosa potrà fare per voi il vostro Paese, ma che cosa potrete fare per il vostro Paese”.

Rappresentò un mattone significativo per la creazione del mito dei Kennedy, in quanto riuscì a trasmettere un solido messaggio di speranza e d’impegno, dopo il discorso inaugurale quasi tre quarti degli americani approvavano il loro giovane presidente. Questo tipo di personalità presenta naturalmente anche dei limiti che se diventassero dominanti ne bloccherebbero la positività. I principali punti critici derivano proprio dall’avere sviluppato in modo molto marcato quelle caratteristiche psicologiche e di leadership che sono fondamentali per la loro autorealizzazione.

È vero, infatti, che accanto ai benefici che traggono dall’essere individui con una visione del futuro molto specifica, con la capacità di analizzare molte informazioni in maniera efficace, con un’elevata autostima e con spiccate capacità decisionale, vi sono dei costi che derivano proprio dal possedere questo tipo di caratteristiche e che si presentano nelle situazioni di forte stress. Il primo punto critico riguarda la ridotta capacità di ascoltare gli altri quando si sentono attaccati. Molti sostengono spesso la necessità di questo atteggiamento, poiché se fossero stati ad ascoltare non avrebbero mai preso nessuna decisione e l’azienda sarebbe fallita. Un secondo punto, collegato a questo, riguarda la loro scarsa tolleranza alle critiche, non amano che le loro decisioni vengano messe in discussione. I leader narcisisti ricercano spesso quella collaborazione totale e acritica fornita agli yes-men.

Il significato di vincere e perdere

“Dovremmo chiarire alla maggioranza delle persone che il successo è l’eccezione, che gli esseri umani solo a volte trionfano. Il successo è deformante: rilassa, inganna, ci rende peggiori, ci aiuta ad innamorarci eccessivamente di noi stessi. Al contrario, l’insuccesso è formativo: ci rende stabili, ci avvicina alle nostre convinzioni, ci fa ritornare ad essere coerenti.  Sia chiaro che competiamo per vincere, ed io faccio questo lavoro perché voglio vincere quando competo. Ma se non distinguessi ciò che è realmente formativo da quello che è secondario, commetterei un errore enorme”.

(Marcelo Bielsa)

Questi concetti sono utili da acquisire per ognuno di noi. E’ necessario avere la consapevolezza che lottiamo per vincere, sapendo che potremmo perdere. Questa idea non ci deve mai impedire d’impegnarci al massimo e che impariamo solo dai nostri errori.

Quanto spesso ragioniamo in questo modo?

Le donne e la passione per il calcio

La storia del calcio è stata in gran parte dominio degli uomini. Stacey Pope, Università di Durham, ha condotto una ricerca sul sessismo e la misoginia nel calcio maschile, con l’obiettivo di far crescere il gioco, aumentando significativamente le presenze e l’interesse. È l’azione giusta da intraprendere, sia in termini di uguaglianza, diversità e inclusione, sia dal punto di vista finanziario.

Sintesi della ricerca

La “femminilizzazione” o “apertura” di maggiori opportunità per le donne di diventare tifose, negli ultimi tre decenni, non ha portato automaticamente a una maggiore uguaglianza di genere. Una recente ricerca condotta dall’Università di Durham ha dimostrato che la misoginia tra i tifosi di calcio uomini rimane molto comune (Pope et al. 2022). I risultati si basano su un’indagine condotta su 1.950 tifosi uomini del Regno Unito. I risultati mostrano che coloro che esprimono atteggiamenti ostili, sessisti o misogini sono di gran lunga il gruppo più numeroso. Ciò determina un contraccolpo contro i progressi della parità di genere. Lo studio ha identificato tre diversi tipi di tifosi uomini.

Gli uomini con atteggiamenti apertamente misogini rappresentano il 68% degli intervistati. Gli uomini di questo gruppo considerano lo sport femminile inferiore a quello maschile, in particolare per quanto riguarda il calcio. Alcuni suggerivano che le donne non avrebbero dovuto praticare alcuno sport o, se lo facevano, avrebbero dovuto praticare sport “femminili” come l’atletica, piuttosto che il calcio.

Gli uomini con atteggiamenti misogini nascosti rappresentano l’8% dei tifosi. Questo gruppo esprime atteggiamenti progressisti in pubblico, ma nei momenti più privati rivela opinioni misogine. Gli uomini di questo gruppo adattano ciò che dicono, a seconda della situazione sociale o della persona con cui si trovano.

Gli uomini con atteggiamenti progressisti rappresentano il 24% degli intervistati. Hanno espresso atteggiamenti più paritari tra i sessi. Hanno mostrato un forte sostegno alla parità determinata dalla copertura mediatica dello sport femminile. Molti hanno affermato che la Coppa del Mondo femminile FIFA 2015 ha segnato una svolta positiva in termini di rappresentazione dello sport femminile. I media sono stati considerati responsabili di una maggiore promozione dello sport femminile.

Al fine di creare un ambiente sicuro, accogliente e inclusivo per le donne, il presente documento di ricerca ha individuato le seguenti raccomandazioni:

  1. Introdurre un meccanismo per identificare, segnalare, rispondere e porre rimedio al sessismo e alla misoginia nel calcio.
  2. Riprogettare gli stadi per creare ambienti favorevoli alle donne.
  3. Intraprendere ulteriori ricerche per monitorare l’efficacia delle raccomandazioni 1 e 2 e identificare i migliori meccanismi futuri per promuovere il cambiamento, in collaborazione con le tifose.

Un principio dimenticato: prima la persona e poi il risultato

Spesso i giovani si spiegano le sconfitte in termini di mancanza di capacità, dichiarando che l’avversario era più forte. Nella mia esperienza con loro incontro di frequente valutazioni di questo tipo, soprattutto da parte di chi investe molto nello sport fra i 14-18 anni.

Sappiamo dalla ricerca trentennale di Seligman e della Dweck che questo tipo di attribuzioni sono pervasive e danneggiano a lungo andare la fiducia che la persona ha di sé. Questo tipo di spiegazioni si portano dietro la convinzione che se l’altro è più forte, vuol dire che non sono abbastanza bravo per affrontarlo. Altre volte le spiegazioni di una sconfitta risiedono nel pensare che l’altro è stato fortunato.

Sono convinto che l’intervento con loro, e comunque con i giovani, sia di aiutarli ad acquisire una valutazione delle prestazioni che abbia come obiettivo lo sviluppo della persona e non l’incremento del pessimismo verso se stessi, con tutte le implicazioni psicologiche negative che questo comporta.

Questa mentalità negativa è stata appresa da genitori, insegnanti o allenatori troppo centrati sul risultato e molto meno sullo sviluppo della prestazione.

  • Quando si focalizza l’allenamento sull’attenzione rivolta al compito, gli errori sono interpretati come occasioni di apprendimento.
  • Quando si focalizza l’allenamento in prevalenza sul risultato, gli errori sono una la prova dell’incapacità del giovane e della sua lentezza a imparare.

Bisogna, prima, valutare l’impegno e poi il risultato. E non viceversa. Sto parlando dell’ABC dell’insegnamento ma se oggi incontriamo molti giovani atleti/e che non ragionano in questo modo, vuol dire, almeno secondo me, che non sono stati allenati con questo approccio.

Accettare lo stress positivo

Se partiamo dal presupposto che “la vita è una cosa meravigliosa ma che potrebbe trasformarsi anche in un inferno se non si fa attenzione”, allora si capisce rapidamente perché lo stress, a sua volta, può essere altrettanto meraviglioso oppure fatale. Sono le situazioni di difficoltà che spingono le  persone a impegnarsi al massimo per superarle ed ottenere i risultati che si sono prefissati. Pensiamo al primo appuntamento con una ragazza o un ragazzo, come ci si sentiva, si era tranquilli, no di certo. Si pensava verrà o non verrà, sarò goffo/a?  E’ solo mettendosi in quella situazione stressante, che si è potuto vivere quella sensazione d’incertezza e poi di piacere. E’ dalle sfide (che sono gli stressor) che nasce la risposta o stress positivo. Per sfide non bisogna solo intendere quelle estreme dei campioni olimpici o quelle legate alla propria realizzazione professionale, ambedue richiedono un lavoro a lungo termine di acquisizione e miglioramento continuo delle competenze.

La sfida è anche altro. Sfide anche apparentemente semplici, come quella di trovare del tempo da dedicare durante la settimana a fare qualcosa che piace (una passeggiata, andare al cinema, incontrarsi con gli amici). In questo caso la sfida consiste nel fare qualcosa che piace, per il gusto di farla, per raggiungere obiettivi immediati, per provare piacere o per divertirsi. In tal senso, già molti fa Michael Argyle (1987), studioso della psicologia della felicità, affermava che lo svago al di fuori del lavoro rappresenta uno dei migliori fattori di previsione del benessere e che il divertimento influenza positivamente le relazioni di coppia e la vita sociale, che sono altrettanti indici fondamentali di benessere. Quello che si propone è, quindi, di sviluppare uno stile di vita attivo, sinonimo di una vita non solo schiacciata sui doveri professionali e famigliari ma in cui vi sia spazio per attività promotrici di piacere e soddisfazione. E’ un invito alle persone a preferire le esperienze alla passività determinata dalle comodità (“Perché dovrei uscire, faticare, quando posso stare tanto comodo sul divano a guardare la TV”), a fare piuttosto che avere (“ma se mi compro quel marchingegno elettronico che mi fa dimagrire stando seduto, perché dovrei seguire una dieta e andare in palestra?”).

Queste idee non sono nuove!! Benjamin Franklin, scienziato e politico del XVIII secolo, sosteneva che insegnare a un giovane a farsi la barba e a tenere il suo rasoio tagliente avrebbe contribuito molto di più alla sua felicità che dargli 1.000 ghinee da sperperare. Il denaro avrebbe lasciato solo rimorsi. Mentre il sapersi radere libera l’uomo dalle vessazioni del barbiere, dalle sue dita talvolta sporche, da respiri offensivi e dai rasoi non taglienti. Adam Smith, economista e filosofo, sempre nello stesso secolo affermava che era un piacere stare ad osservare come era fatto un bel orologio, anche se l’estrema accuratezza nella sua costruzione non era di alcuna utilità pratica.

Assumere questo nuovo modo di pensare riguarda il prendersi cura di se stessi, significa prestare attenzione non tanto alla grandiosità dei cambiamenti che potremmo raggiungere dopo un anno e a prezzo di grandi sacrifici. In genere, porsi obiettivi a lungo termine indica più che altro l’aspirazione della persona a raggiungere un determinato risultato ambizioso ma proprio perché si è nel contempo consapevoli di quanto bisognerà impegnarsi nel raggiungerlo può essere percepito come irraggiungibile. Al contrario il ragionare su obiettivi settimanali e percepiti come raggiungibili motiverà a iniziare a dedicare del tempo a qualcosa che piace.