Lavorare come psicologo dello sport junior in Italia

Per trovare un lavoro bisogna solo contare sulle proprie forze,  a meno che non si appartenga a quel gruppo che si sistema tramite gli amici degli amici. Non ho mai appartenuto a questo tipo di gruppo e, quindi, mi permetto di dare dei suggerimenti ai giovani psicologi che mi scrivono e che vogliono farcela con le proprie forze. Eccoli di seguito, sono semplici, forse possono apparire banali ma sono azioni a disposizione di tutti:

  1. conoscere l’inglese: bene
  2.  avere voglia di specializzarsi e, soprattutto, farlo (vi sono master in Europa migliori di quelli che ci sono attualmente in Italia)
  3. fare parte di un social network internazionale di giovani professionisti che si scambiano idee e opportunità di lavoro e tirocinio: www.enyssp.com
  4. mappare le persone che si conoscono e prevedere in che modo ognuna di esse potrebbe essere utile ad aumentare le opportunità e conoscenze nello sport
  5. fare stage all’estero (estivi e non), essere disposti a qualsiasi rinuncia pur di poterlo fare
  6. chiedere ai propri docenti di conoscere ragazzi e ragazze che sono riusciti a realizzare quello che volevano e parlargli per avere informazioni
  7. leggere il manuale più aggiornato di psicologia dello sport e poi per gli articoli, trovare su internet la mail degli autori e scrivergli, ve li manderanno
  8. non ascoltare quelli che dicono che non c’è niente da fare, bisogna impegnarsi a trovare la propria strada
  9. stabilire un tempo determinato per trovare il lavoro nella vostra città, poi si dovrà cercare in un’area geografica più allargata
  10. sapere che al momento le opportunità di collaborazione nello sport, per i giovani laureati, sono principalmente con le scuole calcio che necessitano dello psicologo per essere classificate al più alto livello dalla FIGC (può essere utile contattare lo psicologo della propria Regione del Settore giovanile e scolastico della FIGC) e nel tennis che prevede il ruolo nei circoli di preparatore mentale (informazioni sul sito della Federazione Italiana Tennis)

 

Motivazione e leadership

Perché nello sport non alleniamo la respirazione

Le idee sbagliate sulla preparazione psicologica

Sono molte persone che si avvicinano alla preparazione psicologica senza sapere di cosa si tratti. Spesso la ragione principale di questa richiesta proviene dalle esperienze degli atleti o di coloro che li seguono e risiede nel desiderio di migliorare le prestazioni sportive, di essere meno ansiosi e più determinati, di accettare gli errori, di non perdere la concentrazione nei momenti decisivi. Raramente la richiesta è più specifica e, quindi, il rischio è che l’allenamento mentale sia vissuto come attività magica che risolverà i problemi, come una specie di terapia per diventare più convinti in gara o come un modo per condividere con un altro la responsabilità degli insuccessi, come genitori o allenatori non si è riusciti in questo intento e ora si prova con lo psicologo.

Questo approccio rivela la scarsa conoscenza in relazione a cosa sia un programma di preparazione psicologica. Molti allenatori, atleti e genitori approcciano lo psicologo per avere soluzioni semplici e facili da raggiungere. Pensano che in poco tempo, magari poche settimane si potrà migliorare la fiducia e la gestione dello stress da parte dell’atleta. Applicano anche in questo ambito, l’atteggiamento diffuso nella società attuale di essere impazienti di fronte alle difficoltà e di volerle risolvere in poco tempo.

Non sono consapevoli del fatto che le abilità psicologiche, come ogni altro tipo di competenze, richiedono un allenamento continuo nel tempo e intenso. La parola allenamento accanto a quella mentale non è lì a caso ma serve a evidenziare la necessità di una pratica continuativa nel tempo.

 

Anche i campioni del mondo devono gestire le loro emozioni

I dati della ricerca che emergono da TAIS Performance Systems e da me elaborati mettono in evidenza che la gestione delle emozioni è un aspetto decisivo per tutti gli atleti siano essi di livello di College, di livello livello internazionali o campioni del mondo. Infatti, i risultati qui sotto riportati evidenziano come anche i vincitori del campionato del mondo nella loro specialità ritengono le emozioni possano essere un fattore di disturbo significativo e che, di conseguenza, devono gestire in modo efficace.

Si considerano più bravi rispetto al gruppo denominato atleti, che comprende giovani di livello internazionale nel loro sport. Al contrario, emerge che nel mondo del lavoro i manager, uomini e donne, si percepiscono molto meno emotivamente influenzabili rispetto ai campioni del mondo. Probabilmente su questa differenze di percezione pesa la differenza di età anche molto significativa e le caratteristiche delle prestazioni, che nello sport sono tipicamente individuali e avvengono in tempi brevi, abbastanza frequenti, prestabiliti e senza possibilità di rinvio. Gareggiare ogni settimana come negli sport di squadra, nel tennis, nello sci e molti altri determina un continuo salire e scendere della propria condizione emotiva e richiede un controllo costante e frequente degli propri stati d’animo. Questo spiega la ragione per cui anche gli atleti vertice mondiale seguono programmi di preparazione psicologica.

Servono competenze sociali e cognitive per trovare lavoro

Il lavoro caratterizzato da un elevato fabbisogno di competenze cognitive e umane, e quindi le città con un’alta concentrazione di tali occupazioni, sono generalmente meno sensibili alle recessioni, secondo uno studio di Carlianne Patrick e Amanda Weinstein.

La loro ricerca è la prima a dimostrare che la ripresa delle aree metropolitane dalle recessioni economiche dipende più dalla composizione delle competenze – cognitive, sociali o motorie – che dal livello di istruzione, che è più difficile da misurare.

“Gli studi esistenti mostrano che le recessioni rafforzano le tendenze già in atto, per cui abbiamo esaminato i dati alla luce di molteplici recessioni, in particolare la Grande Recessione. Con ogni recessione, sembrava che l’economia impiegasse più tempo a riprendersi, e volevamo capire questa particolare tendenza”, ha detto Patrick. “Nella Grande Recessione, per esempio, più di 8,6 milioni di persone in tutto il Paese hanno perso il lavoro, ma non sempre in proporzione alla popolazione della loro comunità”.

Le ricercatrici  hanno esaminato le aree metropolitane con alti livelli di abilità cognitive e sociali, e altre con un’alta concentrazione di abilità motorie. Hanno scoperto che i lavoratori con elevate capacità cognitive, e/o sociali, hanno avuto meno disoccupazione, soprattutto durante le recessioni, rispetto a quelli con elevate capacità motorie.

Inoltre, le aree metropolitane, anche quelle piccole, che hanno avuto la fortuna di avere un’alta concentrazione di lavoratori con abilità cognitive e sociali, non solo hanno avuto meno probabilità di sentire gli effetti di una recessione, ma hanno avuto più probabilità di riprendersi rapidamente da una recessione.

“I dati occupazionali mostrano che le persone con abilità cognitive tendono ad avere anche le abilità sociali, ed è la capacità di relazionarsi con le persone che è più importante per ridurre il tempo che una città impiega per tornare ai livelli precedenti la recessione … Tuttavia, può essere più difficile per i lavoratori che si affidano alle abilità motorie passare facilmente a quelle occupazioni che richiedono alti livelli di abilità cognitive e di persone.”L’istruzione è importante, ma non è sufficiente. È fondamentale coltivare le competenze sociali nei lavoratori con abilità motorie, per aiutarli a superare le mutevoli condizioni economiche”ha detto Patrick.

Poiché i lavoratori hanno bisogno di alti livelli di abilità cognitive e sociali per aumentare le loro possibilità di occupazione durante una recessione, i ricercatori suggeriscono che i governi, in particolare nelle città e nelle regioni che storicamente si sono affidate alle abilità motorie, prendano in considerazione la formazione dei lavoratori per costruire le loro abilità cognitive e di persone per favorire economie più resistenti e a prova di recessione.

Finché respiro, spero

 

 

 

 

 

 

«Finché respiro, spero» 

(Cicerone) 

 

… recitando dei pezzi di un processo percorrendo una ripida salita imparò a pronunciare il massimo numero di parole con una sola espirazione.

Si allenò a parlare con un tono medio che si sentisse a 50 passi. Mai piegare il collo, non muovere le spalle. Gli occhi devono sempre seguire il gesto a meno che non si debba respingere un’eventualità. Per usare le dita piegare il medio verso il pollice estendendo gli altri tre.

Le chiavi dell’allenamento: impegno e persistenza

Intensità e continuità in allenamento sono a mio avviso i due aspetti che più frequentemente determinato gli errori degli atleti. Molti si accontentano di allenarsi abbastanza bene, senza essere consapevoli che è proprio questo modo di pensare che rallenta il loro miglioramento.

La qualità di una prestazione non si può manifestare con un impegno abbastanza buono, questo mi sembra un aspetto che spesso i giovani atleti non considerano come decisivo per il loro miglioramento. Nel contempo anche gli allenatori possono cadere in questo tranello quando non mettono l’impegno al primo posto nelle loro strategie d’insegnamento, perché troppo concentrati sul correggere il gesto tecnico.

Robert Singer ha scritto che alla fine ogni performance è determinata da tre fattori di cui gli ultimi due sono molto meno considerati rispetto al primo:

  1. potenzialità personali
  2. impegno sincero nell’esercitarsi, nel condizionarsi e nel migliorarsi
  3. abilità a fare bene in condizioni di stress competitivo
Gli ultimi due sono infatti spesso spiegati in termini di abilità naturali o d’istinto e in questo modo vengono meno allenate rispetto alle altre abilità. Al contrario, l’esperienza degli atleti di vertice, per loro stessa affermazione, ci ha insegnato che ci vogliono anni di dedizione intensa e continua per raggiungere risultati di rilievo.
Il mantra di questi top atleti è: “prova e riprova ancora”.
Questo non succede perché i giovani di oggi sono pigri! Succede perché noi pensiamo che sia solo questione di allenamento tecnico e preparazione fisica e di tempo. Mentre la mancanza di miglioramento viene interpretata in termini di un blocco che al primo successo andrà via, di genitori che mettono pressione o di mancanza di fiducia.
Poco frequente è pensare che i giovani atleti magari sbagliano perché fanno gli esercizi in allenamento con la stessa mentalità con cui fanno (o facevano) i compiti a casa. Per loro è sufficiente fare l’esercizio e non si preoccupano di prepararsi a come farlo non solo bene ma nel modo migliore di cui sono capaci. Eseguono e basta. Questo per loro vuol dire essere concentrati. Con questo voglio dire che non sono consapevoli di come devono prepararsi per fare il massimo e non sanno quali abilità mentali e motorie devono mettere in atto per soddisfare le richieste del compito richiesto.
In termini generali, si allenano senza uno scopo personale, anzi con il solo obiettivo di soddisfare le esigenze del loro allenatore. Senza un obiettivo personale, non potranno sviluppare appieno le loro competenze di atleta ma soprattutto vivranno l’equivoco di stare impegnandosi al massimo mentre non è vero.

 

Charles Darwin ci ricorda l’importanza del pensiero scientifico

Nel giorno della nascita di Charles Robert Darwin (Shrewsbury, 12 febbraio 1809 – Londra, 19 aprile 1882) ho ripreso la mia copia di “L’Origine dell’Uomo” nella sua prima traduzione italiana del 1872 di Michele Lessona e ho letto alcune frasi che è sempre bene ricordare, per riflettere sull’importanza della scienza e del pensiero razionale.

“Gioverà a far meglio comprendere l’indole del presente libro un breve ragguaglio intorno al modo nel quale esso fu scritto. – Io venni raccogliendo per molti anni appunti intorno all’origine o provenienza dell’uomo, senza avere affatto l’intenzione di scrivere su questo argomento, anzi piuttosto col proposito di non scrivere nulla, perché io credeva che non avrei fatto altro se non che afforzare i pregiudizi contro al mio modo di vedere. Mi sembrava sufficiente indicare nella prima edizione della mia Origine della specie, che quel libro avrebbe sparso luce intorno all’origine dell’uomo ed alla sua storia, venendo così a dire che l’uomo vuol essere compreso insieme cogli altri essere organici in ogni conclusione generale riguardo al modo del suo apparire su questa terra.  Ora la cosa è ben diversa. Quando un naturalista come Carl Vogt si è spinto a dire nel suo discorso quale Presidente dell’Istituto nazionale di Ginevra (1869): Personne, en Europe au moine, n’ose plus souvenir la crèation indipendente et de totutes pièce des espèces, egli è ben chiaro che un gran numero per lo meno di naturalisti deve ammettere che le specie sono discendenti modificati di altre specie; e questo concetto piglia campo principalmente fra i giovani e crescenti naturalisti. Il maggior numero accetta l’azicne della scelta naturale; sebbene alcuni asseriscano istantaneamente, con quanta ragione deciderà l’avvenire, che io ne ho grandemente esagerata l’importanza”.

Decine di murales per Kobe Bryant

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